Il Salento è terra di forti tradizioni e la Santa Pasqua non sfugge a questa regola. Ancora oggi si ripercorrono un po’ ovunque le antiche usanze.

Il sabato santo era dedicato ai preparativi per la festa dell’indomani: pulizia accurata della casa, preparazione delle specialità tipiche come la Cuddhura cu l’ou (ciambella con l’uovo). Si cuoceva al forno come un pane e si regalava agli amici e ai parenti. Il pane si cuoceva in abbondanza per poterlo poi conservare e riciclare bagnato con olio e pomodoro.

Altre forme di pane tipico del periodo pasquale era la pupa (la bambola) con l’immancabile uovo in pancia per le femminucce e lu cavaddhu (il cavallo) per i maschietti.

Il sabato santo era ancora in vigore l’astinenza dalle carni e in genere a pranzo si mangiava un uovo sodo per tradizione, mentre nel pomeriggio ci si dedicava alla preparazione del pranzo di Pasqua. In genere si mangiava lo spezzatino di agnello, ma anche altre carni cotte in umido o in arrosto.

Il giorno di Pasqua, nella tradizione antica, si cantavano le Matinate (i canti del mattino), allegre e festose. Si cantava un po’ ovunque, per strada e nei campi, intonando alle persone care, sia parenti che amici. Canti popolari che servivano a ingannare il tempo, la stanchezza e la fatica di una vita difficile. I cantanti venivano accompagnati da suonatori di chitarra e di fisarmonica.

Dopo la messa pasquale si procedeva alla distruzione della Caremma (la vecchia strega), un fantoccio appeso su un’asta, che si portava via la mestizia e i divieti dei giorni precedenti.

Dopo il pranzo, la famiglia usciva per porgere gli auguri ad amici e parenti e si approfittava dell’occasione per organizzare la scampagnata del giorno dopo, la Pasquetta. Questa festa interessava di più i giovani e tutti coloro disponessero di un qualsiasi mezzo di trasporto per raggiungere la campagna, che poteva essere una semplice bicicletta, un calesse, o un biroccio trainato da un asinello. Si allestiva un veloce pic-nic con uova lesse, frittata, pane, formaggio e vino. Non poteva mancare la fisarmonica e, nella campagna prescelta, il furnieddhu (il trullo) che serviva da riparo e a volte da abitazione con focolare e cisterna. Qualcuno si avventurava verso il mare ma il pericolo di prendere la malaria era piuttosto serio.

Con il ritorno a casa si chiudeva la Settimana Santa e l’indomani mattina ognuno doveva riprendere la vita normale, il lavoro, la scuola e il tran tran quotidiano con tutti i suoi problemi, le tristezze e le speranze per un futuro migliore.

Fabrizio Manco